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Di
seguito il resoconto di due amici del Canton Ticino, che nell'ottobre 2006
si sono cimentati nella bella e impegnativa impresa di percorrere in canoa
la via d'acqua che collega Bellinzona a Venezia.
A
loro i complimenti dell'Area Acquaviva Lombardia.
IN
CANADESE DA BELLINZONA A VENEZIA
di
Iris Christen e Massimo Girolami
È
il sette di ottobre, sono le otto di mattina e, a dispetto delle previsioni
meteo che annunciavano bel tempo, piove copiosamente.
Comunque
ci siamo, dopo i preparativi delle settimane precedenti, è arrivato il
momento di caricare la nostra canoa canadese e metterla finalmente in acqua.
La
nostra voglia di avventura e di viaggiare, con la complicità del nostro
recente colpo di fulmine per la canoa, hanno fatto maturare in noi l’idea
di questo affascinante viaggio sull’acqua verso una meta, Venezia, città
sporca e decadente (dicono alcuni), che non smette mai di esercitare il suo
millenario fascino di città indiscutibilmente unica al mondo.
Una
città sull’acqua, raggiunta dall’acqua e, per di più, partendo sotto
l’acqua. Meglio di così…
Percorriamo
a piedi le poche centinaia di metri che separano casa nostra dal fiume
Ticino, prima “strada d’acqua” del nostro viaggio, trascinando sul
piccolo carrello la canoa colma di tutto quello che ci servirà nelle
prossime due settimane.
In
breve, e già bagnati, raggiungiamo il fiume che ci accoglie con le sue
acque limacciose e piuttosto turbolente dovute alle abbondanti piogge della
settimana appena trascorsa.
Non
ci lasciamo intimorire e pagaie alla mano ci diamo subito da fare. Poco dopo
siamo sul lago Maggiore dove comincia a far capolino un timido sole che,
piano piano, si prende la scena, aiutato da un deciso vento che spazza via
definitivamente (e per le prossime due settimane…) le nuvole dal cielo
ormai tinto di un azzurro beneagurante.
I
primi due giorni e mezzo di navigazione li dedichiamo all’attraversamento
del lago, sostando la prima sera a Maccagno, in un campeggio dove si parla
solo ed esclusivamente il tedesco; e a Solcio, nei pressi di Arona, per la
seconda notte.
Il
Verbano, agitato da un vento fortissimo proveniente da nord, rende una parte
della traversata molto interessante, con onde alte più di un metro nella
giornata di domenica.
Lunedì
mattina invece è come uno specchio e lo lasciamo allo sguardo vigile del
“San Carlone” di Arona e, poco più avanti, alla massiccia presenza del
Monte Rosa che cerca giustamente un primo riflesso mattutino nelle acque del
“suo” lago.
E
così, in breve, annunciato dal bel ponte in ferro di Sesto Calende, il
Fiume Azzurro ci riprende in consegna per condurci verso il suo fratello
maggiore, il Po, cento chilometri più a valle.
E
saranno cento chilometri decisamente indimenticabili.
Percorsi
in tre tappe, la prima notte al campeggio di Turbigo, la seconda su un
isolotto pochi chilometri prima di Bereguardo (in compagnia di un piccolo
branco di cinghiali) e l’ultima ospiti della Canottieri Ticino a Pavia, li
ricorderemo per il carattere piacevolmente torrentizio del fiume,
movimentato da brevi passaggi di I e II grado, per il paesaggio oseremmo
dire “africano” con tramonti da cartolina (o da favola se preferite…),
per la vegetazione particolarmente rigogliosa e per i numerosi e
spettacolari uccelli che popolano il fiume in questo periodo di grandi
flussi migratori.
Momenti
meno romantici ma non per questo privi di fascino sono stati i quattro
trasbordi che abbiamo dovuto affrontare su questo tratto di fiume: il primo
allo sbarramento abbattibile di Miorina, il secondo alla diga di Porto Torre
ed il terzo, poco dopo Turbigo, a causa di un ponte in tubi di cemento
gettati nel fiume a servizio dei mezzi del cantiere al lavoro per la
costruzione di un ponte su cui correrà la linea del treno ad alta velocità.
Quest’ultimo,
potenzialmente molto pericoloso, purtroppo non è minimamente segnalato a
chi proviene dall’acqua.
L’ultimo
è quello del ponte stradale nei pressi di Vigevano sotto il quale sono
stati gettati dei grossi massi e cubi di cemento che rendono pericoloso il
transito.
Dopo
aver salutato Pavia ed il suo bel ponte coperto ancora avvolto nella nebbia
mattutina, percorriamo gli ultimi dieci chilometri fino al ponte della
Becca, testimone muto dell’incontro dei due fiumi protagonisti del nostro
viaggio: infatti il Ticino termina qui la sua corsa andando ad ingrossare
ulteriormente il già maestoso Po.
Ci
fermiamo sull’enorme lingua di sabbia che ancora per un attimo separa i
due corsi d’acqua per meglio assaporare questo momento che, inutile
negarlo, è per noi molto emozionante.
Siamo
al cospetto infatti di uno dei più grandi fiumi d’Europa e abbiamo
davvero l’impressione che il nostro nuovo compagno di viaggio (a noi piace
pensarlo così) abbia un carattere ed un fascino completamente diversi dal
frizzante e limpido Ticino.
Le
sue acque torbide, il suo scorrere lento, le sue rive così distanti l’una
dall’altra ci trascinano in un’altra dimensione. Percepiamo subito la
sua forza, la sua potenza e immaginiamo come possa trasformarsi nei periodi
di piena. Ci viene detto che in alcuni punti l’Argine Maestro dista 4
chilometri (per parte !) da dove scorre abitualmente il fiume.
Fortunatamente
in questo momento il gigante è tranquillo e sembra accoglierci con
benevolenza.
Iniziamo
subito la sua discesa e ancora una volta restiamo stupiti dalla bellezza
delle rive e dai paesaggi che ci scorrono a lato; prima di partire non
immaginavamo che in una zona del mondo così densamente popolata e
industrializzata potesse esserci una natura così “vera”
È
estremamente piacevole far scivolare la nostra piccola e silenziosa canoa su
queste acque.
Le
gigantesche anse si susseguono incessantemente e la nostra ricerca della
corrente perfetta, quella che ti spinge un po’ di più facendoti
risparmiare qualche colpo di pagaia, diventa un gioco al quale è
impossibile sottrarsi.
Impieghiamo
sette giorni per percorrere i 430 chilometri circa che ci separano da
Chioggia, nella laguna veneta.
Li
suddividiamo in sette tappe sostando a pernottare a Corte S. Andrea, dove
montiamo la tenda in riva al fiume; a Cremona, in tenda nel campeggio
cittadino; a Casalmaggiore, ospiti della “Canottieri Amici del Po”: a
Borgoforte , tenda montata su un molo galleggiante; a Castelmassa, dove il
simpatico gestore dell’Albergo Don Camillo apre appositamente la sua
pensione nel giorno di chiusura ed infine a Crespino, in un agriturismo
immerso nella quiete dei campi.
Lasciamo
il piccolo molo di quest’ultimo simpatico paesino di buon mattino, un
po’ ansiosi e un po’ rammaricati di doverci separare da questo magnifico
fiume che ci ha dato così tanto in così pochi giorni di convivenza
armoniosa e pacifica.
Appena
il tempo di rivolgere un ultimo pensiero al vecchio Eridano (così veniva
chiamato dai Greci il fiume) e poi cerchiamo l’imbocco del canale che a
Volta Grimana abbandona il Delta.
Grazie
ad un sistema di chiuse e attraversando altri due importanti fiumi (Brenta
ed Adige) raggiungiamo direttamente Chioggia, nella laguna di Venezia.
È
ormai buio quando attracchiamo di fronte al bed and breakfast che ci ospiterà
per la notte.
La
sensazione di avercela quasi fatta, in fondo siamo a soli 30 chilometri
scarsi da Venezia, ci gioca un brutto tiro. Il giorno dopo, infatti,
decidiamo di prendercela comoda e di lasciare la bella cittadina solo verso
mezzogiorno.
La
bora o la tramontana (non è ancora ben chiaro quale delle due soffiasse…a
noi sembravano coalizzate) ci rendono la vita difficile e piuttosto
faticosa: il mare con le sue alte onde sembra non volerci lasciar passare e
la marea in uscita di certo non aiuta.
Non
senza fatica riusciamo a portarci sottocosta e facciamo scorrere al nostro
fianco l’Isola di Pellestrina. Poi doppiamo Punta degli Alberoni e una
volta a Malamocco cominciamo a vedere l’affilata sagoma del Campanile di
S. Marco.
Decidiamo
di lasciare la costa e zigzagando fra le piccole isole della Laguna, il
“Paron” (così i veneziani chiamano il Campanile) diventa sempre più
grande e vicino.
Sono
da poco passate le sette quando dall’Isola di S. Giorgio sbuchiamo sul
Canale della Giudecca: è buio (le nostre due pile frontali decidono proprio
ora di scaricarsi…), le onde sono altissime e il traffico è
impressionante: grosse navi, vaporetti, taxi, traghetti, e pare che tutti
abbiano una gran fretta…
Attraversarlo
sembra proprio un suicidio ma non abbiamo molta scelta se vogliamo
raggiungere il Canal Grande e da lì, per canali decisamente più tranquilli
la Locanda Montin, punto di arrivo del nostro viaggio.
È
l’ultimo sforzo e per di più al cardiopalma, ma la nostra buona stella
decide di non abbandonarci proprio sul più bello e, sani e salvi, arriviamo
a destinazione.
Ce
l’abbiamo fatta ! Dopo tredici giorni di pagaiate siamo finalmente a
Venezia, inutile dire che siamo molto felici e, come spesso accade al
termine di un viaggio come questo, passiamo velocemente in rassegna i giorni
trascorsi sulla canoa.
Come
per altri viaggi realizziamo che anche questo lo ricorderemo soprattutto
grazie alle persone incontrate.
Ed
un capitolo a parte lo meritano queste persone incrociate pagaiata dopo
pagaiata: l’incontro con i due guardiaparco del Ticino a bordo del loro
tipico e bel barcé in alluminio, con i quali abbiamo scambiato qualche
impressione, oppure i numerosi pescatori che salutandoci cordialmente si
informavano sulla nostra provenienza e destinazione.
Claudio
di Onda Blu, che contattato in precedenza per avere informazioni sul fiume,
abbiamo incontrato (per caso !!) sulle sue rive.
La
grande ospitalità della Canottieri Ticino e del suo presidente sig. Ruggero
Gandolfi, che ci hanno accolti come due di loro, nella sede di Pavia.
Lo
stesso trattamento ci è stato riservato a Casalmaggiore dalla Canottieri
Amici del Po (che amici si sono dimostrati davvero), Mario e la sua
simpatica famiglia che ci hanno invitati a colazione, il simpatico padrone
dell’Albergo Don Camillo di Castelmassa, la famiglia della Trattoria al
Pescatore da Aligi (che oltre ad averci preparato un’ ottima anguilla, in
collaborazione con un loro cliente-amico, ci hanno anche trovato una
sistemazione per la notte), il barbuto cuoco del ristorante Mulino del Po,
che oltre ad averci deliziato il palato ci ha anche parlato del “suo”
fiume, l’ospitale famiglia del B&B Laguna Blu di Chioggia e Claudio e
Giorgio, proprietari dell’Antica Locanda Montin di Venezia che, oltre ad
averci ospitato, ci hanno anche insegnato a legare le barche a Venezia
(evitando così il rischio di trovarla sul fondo del canale dopo un’alta
marea…). E tanti altri che hanno reso, anche solo con un sorriso od un
incitamento, il nostro viaggio speciale.
Uno
stimolo ed un aiuto, ancora prima di iniziare a pagaiare, ce lo ha dato Ivo,
che qualche anno fa percorse lo stesso itinerario, onda più onda meno, in
compagnia di Claudio: anche grazie ai suoi preziosi consigli abbiamo potuto
prepararci al meglio.
Ora
possiamo goderci Venezia, la nostra (perdonate…) splendida, rugosa,
antica, indimenticabile città.
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